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Come back to me - il dolore seppellisce...

Come back to me (Griefbury #1)



Sinossi

"Sam e Anne  Travers sono una giovane coppia molto unita e molto innamorata che si vede costretta ad affrontare la malattia e la morte dell’unico figlio, il piccolo Danny di soli cinque anni.
Davanti all’inesorabile lutto la coppia si divide e si sgretola. 
Sam, psichiatra con i piedi per terra e nessuna fede nell’aldilà, è affranto dal dolore ma cerca di conviverci, di non farsi schiacciare completamente da esso, anche per il bene dell’amata moglie, e tenta ogni giorno di andare avanti con la propria vita, provando a rassegnarsi all’inevitabile: Danny è scomparso per sempre e non tornerà mai più, né sarà possibile per lui un giorno rivederlo. La sua è una scelta arida, dura, ma che in qualche modo comunque lo conforta, spingendolo ad allontanarsi dai suoi cupi pensieri di morte e a rimanere in contatto con la vita.
Anne, insegnante di letteratura e lingue antiche, è molto diversa da suo marito, cominciando dal fatto che laddove lui è agnostico, lei è una fervente mistica, la perdita del bambino non è qualcosa alla quale può rassegnarsi, non è una cosa con cui imparare a convivere, è una cosa da respingere con tutte le proprie forze. Il dolore della sua morte è troppo devastante; suo figlio non può essere svanito per sempre, di lui non può essere rimasto solo il ricordo, come sostiene Sam.  
Incapaci di comprendersi, i due si chiudono ciascuno nel proprio dolore, un dolore che per Anne è senza via d’uscita.
Adesso la disperata madre ha un segreto. C’è solo una possibilità per lei, la scelta è semplice: rivedere Danny o morire.  La donna è pronta a fare qualsiasi cosa per ottenere ciò che desidera, anche sfidare le leggi della natura, giocando con una magia antica e pericolosa, in bilico sul confine fra vita e morte.
Cosa c’è tra questo mondo e l’altro?
Si può veramente tornare indietro, una volta varcata la soglia che li divide?
E se ci fosse un prezzo da pagare, a chi verrebbe mandato il conto?
La ridente cittadina britannica di Griefbury, residenza dei Travers, presto conoscerà la terribile risposta a questa domanda durante un nevoso e rigido inverno, quando si ritroverà al centro dell’Apocalisse in un mondo dove i morti, guidati da affetti ormai dimenticati, resuscitano e tornano da te affamati…
Tra antichi riti magici e lotte all’ultimo sangue con orde di morti viventi Sam, Anne e i loro amici dovranno cambiare le loro priorità e tentare disperatamente di salvare il mondo a qualunque costo.
Ma si può veramente chiudere una porta, una volta che la si è spalancata?
In questo romanzo, infestato da coloro che ritornano e sempre in bilico fra horror e urban fantasy, fra antichi sortilegi egizi e segni apocalittici che cadono dal cielo, per un motivo o per un altro, l’amore è sempre al centro e ha sempre fame.  
Alla fine, ci sarà un’unica verità da tenere a mente: 
a Griefbury, il dolore seppellisce e non rimane mai sepolto…"

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ESTRATTO DAL CAPITOLO 36


Julie Matthews aveva avuto una lunga giornata. Una giornata interminabile.
Con due dei suoi colleghi fuori gioco per malattia e il terzo in vacanza in Sud Africa da due settimane, era toccato a lei passare all'obitorio parte della giornata di Natale e tutto il giorno seguente e addio a tutti i suoi bei programmini!

La giovane dottoressa sorrise fra sé, rassegnata e, lasciandosi andare contro lo schienale della poltrona, riprese a bere il suo caffè, centellinandolo come se fosse stato un vino pregiato, mentre pensava a quanto le sarebbe piaciuto in quel momento fare un lungo bagno caldo. 

Si alzò stancamente e gettò il bicchiere ormai vuoto nel cestino accanto alla scrivania, indossò nuovamente il camice e prese da una piccola scatola un paio di guanti monouso in nitrile

Erano le 21:35 e le restava da eseguire un’ultima autopsia, prima di poter tornare a casa e concludere finalmente la serata in modo piacevole con una bella maratona di Bridget Jones. 

Afferrò il dossier riguardante la vittima e ne spulciò distrattamente le prime pagine, poi afferrò gli appunti del coroner e uscì dallo studio. 

Giunta nella sala autopsie, si avvicinò al metallico tavolo mortuario, accese il led che vi si trovava sopra, dal quale si sprigionò una violenta luce bianca, infine sollevò il lenzuolo candido che fino a quell’istante aveva coperto il corpo della sua ultima paziente, lasciandone intravvedere appena la sagoma femminile. 
Stando al rapporto preliminare, si trattava di Patricia McBeal, ventinove anni, pediatra, trovata morta nella sua abitazione dalla migliore amica, Camille Prescott, alle 15:30 del 23 dicembre. Unico sospettato, il marito.

Il medico legale fece una smorfia: lavorava in quel campo da più di dieci anni e di solito riusciva a distaccarsi emotivamente da quello che faceva, ma a volte era quasi impossibile. «Devi estraniarti», era stata la prima cosa che le avevano detto quando aveva cominciato il suo internato. «Non farti sopraffare dalle emozioni o non durerai cinque minuti.»

Certe volte, però, è proprio difficile non farsi coinvolgere ‒pensò Julie lanciando un’altra occhiata al cadavere martoriato della donna. 
Il suo corpo era cereo, tempestato di lividi bluastri, aveva un grosso ematoma verdognolo in prossimità della rotula del ginocchio destro, una ... due, tre costole rotte, una frattura esposta a un polso, la mascella divelta e gli occhi tumefatti.

«Dio... », mormorò piano mentre indossava i guanti. Chiunque fosse stato, si era proprio accanito sulla vittima, l’aveva pestata a sangue prima di ...
La giovane scosse il capo e sospirò: «Un bastardo del genere dovrebbe marcire in galera per tutta la vita», disse fra i denti.

Sulla fronte della vittima si vedeva uno strano segno, Julie si avvicinò per guardare meglio. Sembrava una specie di simbolo impresso. Oh... le ha dato un pugno in pieno volto, ma lei deve essersi abbassata un po’, così l’ha colpita alla fronte ... doveva avere indosso un anello con una specie di logo...
Un rumore alle sue spalle la fece trasalire leggermente e Julie si voltò verso l’ingresso della sala.

«Oh! Mi scusi, dottoressa Matthews. Non volevo spaventarla.»
«Non fa niente, George.»
«Mi chiedevo se... ecco se ha ancora bisogno di me o... o…»
«No, puoi andare. Anzi, fra un po’ vado anch’io.»
«Nessuno fa il turno di  notte?»
«No. Non c’è nessuno che possa farlo. Resteranno  solamente  le guardie  e gli  addetti  ai recuperi», spiego Julie.
«Be’, allora... buonanotte e Buon Natale!»
«Buonanotte, George e auguri anche a te.», la dottoressa tornò a chinare lo sguardo sul soggetto dell’ imminente autopsia.
«Dottoressa?»,  la chiamò l’assistente dal corridoio.
«Che c’è?», domandò lei, dopo averlo raggiunto.
«Ecco io mi chiedevo se... se lei pensa...»
«Stai facendo un ottimo lavoro, George, davvero…», fece lei con un sorriso, intuendo la domanda.
«Grazie, io…»
«Va’ a casa, George», Julie gli sorrise di nuovo con indulgenza.

George Harrison era il suo assistente da due mesi. Era in gamba nel suo lavoro, ma era un tale imbranato!

Sempre così insicuro e impacciato, così ...

La dottoressa si fermò di colpo e, con lei, il flusso dei suoi pensieri.
Gli occhi le si ingigantirono quando si posarono sul tavolo operatorio.

Il cadavere era scomparso!

Uno scherzo ‒pensò‒ dev’essere uno  scherzo! Che stronzi, però… non si risparmiano nemmeno a Natale!

«Molto divertente!», disse ad alta voce, parlando alla stanza ormai vuota. «Avanti ragazzi! Vi sembra questo il modo di‒ dove l’avete messa?», domandò, guardandosi intorno. «Comincio davvero ad arrabbiar...mi», soggiunse con la voce che si affievoliva sempre di più, poi prese a indietreggiare terrorizzata, urtando e facendo cadere un carrello pieno di strumenti chirurgici.

«N-no... non può… non‒», farfugliò piano, preda di un orrore che avrebbe potuto farla impazzire e di un’incredulità altrettanto sconfinata.
Patricia McBeal era proprio davanti a lei, sulla porta.

Era in piedi.
Era viva!
Sembrava viva…

Julie avrebbe voluto correre via, ma le gambe non le rispondevano più, erano come inchiodate al suolo, non riusciva a fare altro che guardarla. 
Una ciocca di capelli neri, scarmigliati le copriva un occhio ammaccato e l’altro brillava, incastonato nella pelle esangue, come uno zaffiro iniettato di sangue; da un angolo della bocca bluastra e contusa, sgorgava un liquido nerastro che le aveva macchiato i denti bianchi. 

Il corpo nudo avanzava verso di lei, rilucendo di un biancore spettrale che faceva risaltare ancora di più il viola dei lividi e il verde delle miriadi di vene che le percorrevano il petto e le gambe.

Si muoveva a scatti, come una specie di robot, trascinandosi malamente sui piedi ritorti all’indietro; c’erano delle fratture anche alle caviglie, prima non le aveva notate. 

Una ferita le attraversava la gola candida da orecchio a orecchio, luccicava come un macabro ghigno  rosso, era stato quello il colpo di grazia. 

No… no. Non può essere!

***

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