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Bussa alla tua porta

BUSSA ALLA TUA PORTA

Sinossi
“Il sangue è la vita!
No?
In quale film l’ho sentito, Dracula?
Molte delle cose dette nei film sono cazzate: questa no.
Il sangue è davvero la vita e perciò è nel sangue che sguazza l’anima.”

Problemi con le figure autoritarie, un carattere scorbutico e un linguaggio scurrile non sono certo caratteristiche che ti spingerebbero a dare retta a qualcuno, ma dovrai fare un’eccezione, la posta in gioco è troppo alta.
Il misterioso e immortale narratore di questa storia ha tutti questi difetti e ha qualcosa di importante da dirti. Lo ascolterai?
Aprirai a colui che busserà alla tua porta, quando meno te lo aspetti o salverai la tua anima?
Ti sta veramente raccontando la sua vita o ti sta mentendo?
Dai una sbirciata al di là della porta e scegli a cosa credere.

-Disponibile su:
***
ESTRATTO


Sono l’ultimo rimasto e se state pensando agli immortali del film Highlander, siete fuori strada. 
Vi starete chiedendo chi sono allora, e perché accidenti vi sto facendo perdere tempo. A queste domande non voglio ancora rispondere, ma se volete continuare a leggere, buon per voi -e per me anche, vuol dire che non sarò un idiota che sta parlando da solo!- .
Voglio raccontarvi la mia storia e… no: non lo sto facendo perché ho manie di protagonismo. Quello che voglio, è darvi una mano.
Sono l’ultimo e tale voglio rimanere, in questo dannato schifo non desidero la compagnia di nessun altro.
Se siete degli stucchevoli rammolliti, lasciate perdere; se volete una storia commuovente, andate a piazzarvi davanti alla TV e guardatevi una soap opera. Quello che ho da dirvi io, non ha niente a che vedere con smancerie e roba simile.
Bene… siete ancora qui?
Se è così, basta con i preamboli, intorno alla questione ho già girato abbastanza e non voglio scavare un solco attorno a me e sbucare in Cina; sono un uomo impegnato io, non potete immaginare quanto.
Quando vi dirò che cosa faccio, capirete il perché.
Erano gli irripetibili -e per fortuna ormai passati da un pezzo!- anni ottanta, le donne andavano in giro in gonne tanto corte da fare apparire le loro gambe chilometriche e portavano capelli cotonati che sembravano nidi di rondini a piani multipli, ed io ero uno qualunque, una persona come tante; uno di quelli che in mezzo alla folla nessuno si volta a guardare una seconda volta, davvero: non avevo niente di speciale.
La mia –almeno per quanto ne sapevo- era la tipica vita yankee che si vede nei film: sposato da circa quindici anni, casa con lo steccato bianco e il prato inglese in un sonnacchioso e perennemente soleggiato quartiere di Los Angeles, gli immancabili vicini ipocriti e sempre sorridenti che adesso mi fanno pensare tanto a dei cloni mal riusciti di Ned Flanders -avete presente, no? I Simpson…-, un grosso Sanbernardo sbrodolone che, inspiegabilmente per me, era la passione della mia figlia allora quattordicenne, le partite di Bowling con gli amici il venerdì sera, le stramaledettissime fiere e svendite alle quali mia moglie non mancava mai di trascinarmi quando ero nei paraggi e quant’altro.
Insomma, il pacchetto completo, avete capito.
Facevo il poliziotto allora e, quando portavo il distintivo e la mia Glock calibro quarantacinque nella fondina, non ero più uno qualunque.















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